lunedì 14 settembre 2009

I Led Zeppelin



I Led Zeppelin probabilmente passeranno alla storia per un singolare primato, difficilmente eguagliabile: contribuire in modo massiccio all'evoluzione della musica rock non inventandosi quasi nulla, ma, anzi, attingendo a piene mani dal repertorio blues e rock-blues degli anni 50 e 60 prima, e dal folk e dalla musica orientale poi. Eppure, il loro è un sound completamente fresco e quasi "rivoluzionario", che lascerà segni indelebili nel futuro del rock'n'roll. Ed è proprio questa la grandezza degli Zeppelin, che sono stati capaci di giungere laddove altri gruppi britannici prima di loro avevano solo tentato di arrivare (come gli Yardbirds - in cui militò Page stesso).


Ma non c'è solo l'immortalità delle canzoni dietro il mito dei Led Zeppelin. Page e soci, infatti, possono vantare una serie di piccole rivoluzioni che hanno cambiato la storia della musica. Furono i primi a raggiungere un successo di massa senza dipendere dalla programmazione radiofonica. Fino ad allora, radio e televisione erano state dominate dalle hit parade, e quindi dal 45 giri. I Led Zeppelin sfondarono senza mai entrare in quelle classifiche. Nemmeno il loro più grande hit, "Stairway To Heaven", divenne mai un singolo. E anche la laconicità con cui intitolarono i primi album (alcuni privi persino del loro nome in copertina) segnò una rottura con la tradizione, che voleva i titoli dei dischi funzionali al marketing della band.

Più ancora degli hit, ad attrarre moltitudini di fan furono le loro esibizioni dal vivo. Esibizioni che, sull'onda emotiva di Woodstock, riportavano il rock alla sua dimensione più selvaggia e genuina. I concerti dei Led Zeppelin erano pervasi da un'energia feroce, da una fantasia allucinata, da un furore quasi mistico. Erano baccanali assordanti e melodie folk, deliqui blues e sciabolate elettriche: un'orgia sonora dominata dai virtuosismi iper-veloci di Jimmy Page e dal canto stridulo e possente di Robert Plant. Il film "The Song Remains The Same" ne resterà la testimonianza più celebre.

sabato 12 settembre 2009

Perigeo



Formazione nata negli anni Settanta da un'idea del contrabassista Giovanni Tommaso, il Perigeo è una delle realtà più importanti di quella "fusion" italiana che lambisce i territori del jazz-rock e del progressive-rock. Ecco la loro storia, nata su una nave da crociera e sviluppatasi poi tra dischi di successo, tour internazionali e qualche passaggio a vuoto.


Il primo album, Azimut, viene pubblicato nel 1972. Le radici jazz dei cinque musicisti sono già evidenti, anche se il sound si presenta piuttosto acerbo e statico, sia per le armonie, sia per la ritmica. Spesso i brani assumono la forma di vere e proprie esecuzioni di piano, con l'utilizzo di pochi accordi e uno sporadico ricorso a batteria e percussioni (vedi, ad esempio, la title track). Alcuni imponenti assoli di chitarra connotano "36 parallelo", mentre "Grandangolo" è un connubio tra rock classico e jazz-prog.


Abbiamo tutti un blues da piangere
, uscito l'anno seguente, si rivela di gran lunga superiore, sia per i virtuosismi dei singoli musicisti, sia per la maggior complessità ed espressività dei pezzi. E' questo disco che segna l'origine del jazz-rock e del jazz-prog, ossia la prima vera materializzazione delle tecniche moderne apportate da Tommaso. Apre il sipario la mediterranea "Non c'è tempo da perdere" che, dopo un'intro strumentale di piano, si sviluppa in una parte cantata in cinque quarti su cui si insinua un assolo di chitarra. Alcuni pezzi presentano un'atmosfera più mesta. Tra essi, la title track, introdotta da un pacato arpeggio di chitarra e pochi accordi, e "Nadir", che si regge su un'atmosfera quasi rassegnata, ma enfatica, con il sax che esegue una dolce melodia. E' ancora il sax di Fasoli a inserirsi brillantemente sulle parti di chitarra in "Deja Vù". Ma il pezzo forte del disco è "Vento, pioggia e sole" che, caratterizzato da un vigoroso e moderno jazz, testimonia ampiamente l'abilità dei cinque musicisti: si susseguono, infatti, poderosi solo di chitarra, di sax e di piano elettrico; tre momenti diversi, in cui ciascuno strumento è protagonista e l'unica legge che regna è l'improvvisazione.

mercoledì 9 settembre 2009

New Order

Manchester: è lì che i New Order sono nati ed hanno operato sin dalla fine degli anni Settanta, quando ancora si chiamavano Joy Division ed erano una delle meteore più luminose della new-wave inglese.
Fino alla morte, tragica, per suicidio, del loro cantante Ian Curtis.

Un’ombra scura che li avrebbe accompagnati lungo tutta la loro esistenza, anche quando - ormai rinominati New Order - avrebberoo lasciato le durezze degli esordi per i nuovi territori dell’elettronica quasi-dance. “Blue Monday” (del 1983) rialza la posta contaminando - come mai nessuno osò prima - il post-punk con la italo-disco in voga all’epoca, e risulterà il singolo di un’etichetta indipendente più venduto nella storia della discografia.

Da allora, tra alti (la stupenda “True Faith”) e bassi (un discutibile inno per la squadra inglese in occasione dei Mondiali di calcio italiani del 1990), la loro carrierà procederà ininterrotta - e sempre avvolta da un alone di mistero - fino al (pare) definitivo scioglimento annunciato nella primavera del 2007.

venerdì 4 settembre 2009

Joy Division - Il nichilismo post punk



L'altra faccia della medaglia in questa crescita esponenziale della fama dei Joy Division è data dalla crescente instabilità di Ian Curtis: un carattere capace di sbalzi estremi dall'allegria alla depressione totale, un atteggiamento arrivista e pronto a tutto per raggiungere il successo, come se già sapesse di avere un posto riservato nell' Olimpo del Rock, l'epilessia da poco cominciata che lo tormentava continuamente, e un impeto distruttivo sul palco, dove inscenava ad ogni concerto quella che agli occhi del pubblico e dei suoi compagni sembrava una recita macabra e gotica, ma che in realtà era semplicemente un modo di mostrare agli altri il proprio dramma e la propria sofferenza.

Dieci brani da brivido, il malessere dell'uomo e il nichilismo fatti musica; gelidi sin dalla copertina, un elettrocardiogramma bianco su sfondo nero e nulla più, gelidi ancor di più nelle note, basti pensare a pezzi come Disorder e Day of the Lords, con quel basso sordo e compatto, o ancora al senso di anestesia che ispirano Candidate o New Dawn Fades, e anche quando il ritmo si fa più serrato, come in Shadowplay o Wilderness, i brani che più si avvicinano al punk e alle prime composizioni del gruppo, senti comunque che c'è qualcosa di diverso, qualcosa di strano e inesplicabile, come una presenza spiritica in sottofondo.

lunedì 31 agosto 2009

Sylvian e Fripp



Ascoltarlo in silenzio ..............

martedì 4 agosto 2009

Gong, ovvero i freak per eccellenza

Il gruppo musicale GONG è stato uno dei più fantasiosi nel panorama rock.
Quasi impossibile catalogarli si può pensare di inserirli fra il rock progressive, psicadelia e jazz rock, con l'inventiva e l'ironia della cultura freak fatta di improvvisazioni e dalla continua allegria delle loro performance.
Nato nel 1967 quando David Allen, hippie australiano trapiantato in europa, aveva già fondato i soft machine. Per cause varie rimase in Francia e, dopo aver conosciuto Gillie Smyth, insieme a Malherbe fondanoro i Gong.
la loro inventiva è, secondo me, paragonabile solamente a Frank Zappa, forse il personaggio rock che più si avvicina a David Allen.


Da un punto di vista prettamente musicale, invece, i Gong sono ancora un calderone impareggiabile di influenze: dalla tarda psichedelia al nascente space-rock, dal jazz-rock alla musica cosmica. Nei brani più arditi e maturi i risultati sono eccezionali: la semplicità del bizzarro tema di "You Can't Kill Me", la loro prima cantilena mantrica; l'esasperante "Dynamite/ I Am Your Animal"; l'ipnotica cavalcata cosmica "Fohat Digs Holes In Space", con il famoso "space whisper" di Gilli Smyth che aggiunge alle composizioni un tocco talvolta etereo, talvolta intenso, talvolta orgasmico; e per finire "Tropical Fish/Selene", uno dei più grandi capolavori della loro carriera, un folle melodramma che nei suoi sette minuti tocca tutti i lati del magnifico diamante Gong.


Durante questa fase della loro carriera, i Gong sono passati da un'estremo all'altro: dall'amatorialità delle prime produzioni alla professionalità quasi certosina di Shamal, dalle tematiche bambinesche degli esordi alla seria maturità di You. Flying Teapot è l'album più equilibrato dell'intera discografia del gruppo, anche sotto il punto di vista umoristico
Con l'ingresso del batterista e percussionista Pierre Moerlen, rinomato a livello internazionale, e del bassista Mike Howlett, si completa la formazione "classica" dei Gong, quella destinata a registrare in pochi mesi gli altri due capitoli della trilogia.

domenica 2 agosto 2009

Anteprima del nuovo post..L.&G...THE GONG